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IL "MEGLIO"

Questo articolo (tratto da "Il Timone", un mensile cattolico che i capi scout e gli educatori dovrebbero leggere abitualmente...) forse ad alcuni sembrerà  ... scabroso, sconveniente, fuori luogo...

Ma come - diranno -, possibile che si voglia imporre come unica religione quella dalla Chiesa Cattolica?! E gli altri? Questa è una grave forma di prepotente intolleranza!

Zeb non ha intenzione di suscitare polemiche, sia chiaro, ma è opportuno ricordare che per i Cattolici, cioè anche per i capi scout cattolici, 

"la Chiesa di Gesù Cristo è la Chiesa Cattolica-Romana, perché è una, santa, cattolica e apostolica quale Egli la volle...Gesù Cristo istituì la Chiesa, perché gli uomini trovassero in essa la guida sicura e i mezzi di santità e di salute eterna,..la vera fede, il sacrificio e i sacramenti, e gli aiuti spirituali scambievoli, come la preghiera, il consiglio, l'esempio", anche se poi - è chiaro - i cattolici sanno bene che chi non è cattolico "senza propria colpa e viva bene, può salvarsi con l'amor di carità, che unisce a Dio, e, in spirito, anche alla Chiesa, cioè all'anima di lei".[1]

Forse questo articolo è scritto solo per i capi scout cattolici? Forse... 

Certo è che in un clima di relativismo culturale e religioso, talvolta intriso di un semplicistico buonismo, un capo scout cattolico dovrebbe ricordare sempre le ragioni e i fondamenti della propria Fede, e tra questi innanzitutto la convinzione che Gesù Cristo è il Figlio di Dio - venuto, morto e risorto - che ancora ci invita ad andare a "predicare il suo Vangelo a tutte le genti".

Non si parla di violenza e di imposizione. Chiaro. Nell'amare tutti gli Uomini, quale ne sia la razza o la religione, si ha la certezza che dono grande da fare agli uomini, propri fratelli, è innanzitutto proprio quello di annunciare la Buona Notizia...

Zeb

di Gianpaolo Barra

da "Il Timone", n.11

 

Una predica, ascoltata da un missionario durante la Santa Messa domenicale, che da sola, a parer mio, vale un intero corso di catechesi.

disegno di Adriano PeroneIpotizziamo che un lontano parente, che non vediamo da dieci anni, bussi, inaspettato, alla porta di casa nostra, giusto all'ora del tè.

Sulle prime facciamo fatica a riconoscerlo, è invecchiato, ma lo si fa entrare volentieri.

Passava dalle nostre parti, spiega, per concludere un affare, ha concluso prima del previsto ed ha voluto farci una sorpresa.

Lo accogliamo con un sorriso, s'accomoda sul divano, lo ascoltiamo premurosi, gli prepariamo una tazza della calda bevanda; ci ha detto che tra un'ora deve ritornare.

In quel mentre ci ricordiamo che in frigorifero abbiamo una torta deliziosa, tagliata a fette.

Siamo indecisi se aggiungerla al tè, poi per pigrizia o per non tirare in ballo troppe cose, soprassediamo.

Per tempo, il parente se ne va.

Lo salutiamo dichiarandoci disposti ad accoglierlo alla prossima occasione, in fondo in fondo compiaciuti per la nostra buona azione.

Lui, bene accolto, è soddisfatto. Noi anche.

Ma - ricordava il missionario - a pensarci bene, il meglio lo abbiamo tenuto per noi:

quella torta in frigo è ancora lì, in fresco.

Qui ha fine il racconto.

Veniamo alla morale, che il missionario suggeriva.

Stando ad una certa catechesi oggi di moda, l'accoglienza del prossimo  sembra essere diventata il vertice dell'azione caritativa.

Pare che un cristiano si distingua dai cattivi e dalle belve perché sa accogliere:

l'immigrato, anche se clandestino, l'anziano, il disabile, il drogato, l'emarginato, il povero, il diverso e naturalmente la vita, specialmente non nata.

Accolto il prossimo, la coscienza del cattolico si acquieta, in pace con se stessa.

Il buonismo invade l'anima. E la narcotizza.

Si, perché a costo di scandalizzare, va pur detto che questo modo di ragionare non è cristiano.

E' monco, dunque pericoloso nella prospettiva cattolica.

Mi spiego: se ci fermiamo all'accoglienza, noi cristiani siamo fermi al tè.

Non è quanto di meglio possiamo offrire.

Il "meglio" che un cristiano può donare al prossimo ha un nome: Gesù Cristo.

Al parente, all'immigrato, al malato ed all'anziano, alla vita che verrà si deve portare Gesù Cristo.

Certo, una coperta, un pane, un sostegno non si negano a nessuno, ma senza il tentativo di guadagnarlo a Gesù Cristo, vale a dire (non si fosse capito bene) di conquistarlo alla fede cattolica, qualora non l'abbia o l'abbia dimenticata, la solidarietà serve a poco, l'accoglienza non si muta in carità.

Ragionate così, cattolici, e vi sentirete dire:

integralismo di bassa specie, presunzione insopportabile.

Si risponde: non prendetevela con noi, ma con Gesù Cristo, il Quale moltiplicava, è vero, pani e pesci e guariva i malati e indemoniati, ma quando volle sintetizzare la missione da affidare ai suoi - cioè a noi - la ridusse a quattro azioni:

andate, insegnate tutto ciò che vi ho detto (presuntuoso, stando alla logica di questo mondo: ogni cultura, ogni fede, ogni dottrina si equivale; che pretesa insegnare il cristianesimo), fate discepoli (scandaloso, per il mondo: come osate di chiedere di abbandonare credenze e comportamenti per abbracciare uno solo Gesù Cristo) e, da ultimo, battezzate (il vertice dell'inconcepibile, anche per molti dei nostri bravi cattolici: un  musulmano va accolto,ASCI Bologna 7, anni '60 punto e basta; mica battezzato).

Invece, nella prospettiva cristiana, il prossimo va accolto, certo, ma Gesù Cristo vuole che sia battezzato.

Se lo è già, ma s'è dimenticato vuole che rimedi. Insomma, va guadagnato a Gesù Cristo.

Il Papa la chiama nuova evangelizzazione.

Noi, smemorati, la riduciamo all'accoglienza.

Ci basta offrire il tè, ci teniamo la torta.

E facciamo un doppio danno:

a noi, perché Dio ci chiederà conto; e al prossimo che ha diritto di conoscere Gesù Cristo come lo abbiamo conosciuto noi.

E' in suo potere rifiutarLo, è vero. Ma è nostro dovere offrirglieLo.    

  Gianpaolo Barra

"Il Timone" n° 11  

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[1]  Dal Catechismo di San Pio X, Capo VI: Chiesa Cattolica - Comunione dei Santi.